Dalla bigenitorialità biologica alla bigenitorialità psichica/La cefalea di Michela
Relazione presentata al Seminario di studio "La Figura paterna dopo la separazione coniugale", Roma 20/12/2012
E' noto che così come la componente somatica di ogni individuo origina dall'unione del patrimonio genetico dei due membri della coppia genitoriale e ne esprime le caratteristiche, allo stesso modo lo psichismo di ogni figlio porta in sé le tracce dell'andamento della relazione con le due figure da cui per molto tempo dipende la sua stessa sopravvivenza (i genitori, per l'appunto), relazione che per qualità e quantità dello scambio è naturalmente legata in modo molto stretto alle caratteristiche di personalità dei genitori, da cui discendono le scelte educative ed in generale le scelte di vita.
Fermo restando che le figure genitoriali possono essere di fatto assenti o periferiche anche quando il nucleo familiare rimane formalmente unito, noi siamo qui oggi per trattare il problema del mantenimento della bigenitorialità nei casi di separazione ... il che molto spesso coincide con il problema del mantenimento del rapporto con la figura paterna per i figli che dopo la separazione dei genitori continuano a vivere con la madre nella casa coniugale.
La psicologia ha affrontato questo tema, così complesso e articolato, da diversi punti di vista; io vi propongo una riflessione che fa riferimento a due questioni fondamentali per la psicologia del profondo: il Complesso Edipico di S. Freud, ed i concetti di "Anima" ed "Animus" di C. G. Jung.
Com'è noto, il complesso edipico è una fase normale dello sviluppo libidico (dai 3 ai 6 anni circa) in cui il bambino vive una esperienza di "innamoramento" per il genitore del sesso opposto con conseguente percezione del genitore dello stesso sesso come "rivale" nel possesso del suo oggetto d'amore.
La risoluzione del problema edipico rappresenta la condizione preliminare per l'accesso ad una sana sessualità adulta e ad una buona scelta dell'oggetto d'amore; il successo nel superamento di questa fase comporta inoltre un balzo maturativo di enorme portata nella misura in cui richiede:
- l'accettazione di una realtà frustrante (il legame esclusivo tra i due membri della coppia genitoriale) e la capacità di rinunciare alla realizzazione di un desiderio che per l'appunto con questa realtà si scontra (l'impossibile sogno d'amore del bambino);
- il riconoscimento del proprio limite oggettivo (l'essere troppo piccoli e fragili di fronte ad un genitore grande e potente col quale non si può competere e del quale, su altri piani, si ha un irrinunciabile bisogno);
- la comprensione della propria possibilità di superare, col tempo, l'attuale "inadeguatezza", diventando "grande e potente" come è ora il genitore (su questa base, il bambino si identifica col genitore dello stesso sesso e comincia ad imitarlo), con la fiducia di poter un giorno conquistare un oggetto d'amore tutto suo;
- l'esperienza, emotivamente molto forte, che "ci sono cose che non si possono fare" e "ci sono desideri la cui realizzazione porterebbe molto male" (per esempio, quello di "eliminare" il genitore dello stesso sesso, odiato in quanto rivale ma al tempo stesso amato e indispensabile in quanto figura di riferimento/appoggio), esperienza che rappresenta la base costitutiva della coscienza morale e permette di accettare le "norme".
Possiamo facilmente comprendere come, per un figlio maschio in fase edipica, una separazione in cui il padre viene malamente "cacciato/espulso" e poi tenuto lontano dalla casa (oppure malamente se ne va e più o meno sparisce) rappresenti una notevole complicazione, specialmente se la madre tende a mettere in atto comportamenti compensatori (per esempio, lasciare che il bambino prenda il posto del padre nel letto matrimoniale) che alimentano il sogno edipico ... ma alimentano anche nel bambino il senso di colpa legato al pensiero egocentrico che il padre sia stato cacciato o se ne sia andato a causa del suo desiderio di "eliminarlo".
Anche per la bambina in fase edipica, la perdita del normale contatto con la figura paterna (che in questo caso è il suo oggetto d'amore) rappresenta una prova assai pesante da superare: il suo "amore colpevole" avrà spinto la madre a cacciare il padre, oppure la sua inadeguatezza/il suo poco valore avranno causato l'abbandono del padre ... in ogni caso per colpa dei suoi inconfessabili desideri uno o l'altro dei genitori verrà duramente punito insieme a lei stessa.
Si può facilmente comprendere che anche una "sparizione" del padre in età successiva (nella cosiddetta fase di latenza, in pre-adolescenza o in adolescenza –quando l'eventuale irrisolto edipico si ripresenta- ) rende più complicato, sia per i bambini che per le bambine, il processo di identificazione con il genitore dello stesso sesso e la costruzione di una positiva immagine interiore del Maschile: fattori indispensabili, come abbiamo visto sopra, per la realizzazione di una soddisfacente futura vita affettiva.
C. G. Jung ha introdotto il concetto di "Animus", tanto affascinante quanto a volte abusato e male interpretato, in particolare non sovrapponibile al concetto di rappresentazione interna cosciente del Maschile.
Nell'opera "L'uomo e i suoi simboli" Jung parla dunque di una "personificazione maschile dell'inconscio della donna" (in sostanza una componente maschile che abita nelle aree più profonde dell'inconscio femminile, così come il suo corrispettivo al femminile Anima abita nelle aree più profonde dell'inconscio maschile) che "più frequentemente assume la forma di una intima convinzione 'sacra' ... quando una simile convinzione venga espressa con voce sicura, maschile, o venga imposta ad altri tramite violente scenate emozionali, la mascolinità latente nella donna si rivela apertamente. Tuttavia, anche in una donna che presenti spiccati i caratteri della femminilità, l'Animus può avere la forza di un potere inesorabile: tutto ad un tratto si individua, in una simile donna, un inaspettato elemento di fredda, inaccessibile ostinazione".
In sintesi, gli aspetti negativi dell'Animus citati da Jung sono: "brutalità, pettegolezzi, idee malvage sorde e ostinate" ed ancora: "mascolinità, indole litigiosa, caparbia affermazione e il demone dell'opinione in tutte le forme possibili (potenza in luogo di amore)".
L'Animus e l'Anima –spiega bene Lidia Procesi, docente di Storia della Filosofia Moderna presso l'Università degli Studi di Roma Tre– traggono origine dall'inconscio collettivo, che proietta sull'uno e l'altro sesso "stili stereotipati di comportamento" ed assoggettano la persona in modo inversamente proporzionale alla forza e alla stabilità dell'Io ("la 'controparte sessuale' si impone e può assumere un ruolo da protagonista soprattutto quando la coesione del complesso dell'Io sia fortemente minacciata").
Tuttavia, dice Jung, "l'Animus subisce fondamentalmente l'influenza del padre della donna: è il padre che fornisce all'Animus della figlia il 'colore' speciale delle convinzioni indiscutibili, incontestabilmente 'vere', quelle convinzioni che non esauriscono mai la reale personalità della donna quale essa effettivamente è"; ma in una evoluzione personale positiva, continua Jung, "Se la donna riesce ad appurare la natura del proprio Animus e la portata di esso, e se ne affronta la reale incidenza sulla propria personalità invece di lasciarsene possedere, l'Animus può divenire per lei un prezioso amico intimo che la arricchirà delle qualità maschili dello spirito di iniziativa, del coraggio, della obiettività, della maturità spirituale; al più alto livello la donna acquista fermezza spirituale, una sorta di invisibile sostegno interno, che può renderla ancora più recettiva dell'uomo a nuove idee creative ... La donna deve trovare il coraggio e la libertà necessari per porre in dubbio il carattere sacro delle proprie convinzioni: solo allora potrà accogliere i suggerimenti dell'inconscio –si intende qui l'inconscio individuale nella sua funzione di depositario/messaggero dei bisogni autentici- specialmente quando questi contraddicano le tendenze del suo Animus; solo allora potranno pervenirle gli impulsi del Sé (descritto da Assagioli come "punto centrale di consapevolezza personale ... come una realtà della coscienza al di là dei confini della razionalità), ed essa potrà consapevolmente intenderne il profondo significato".
Come spiega la Procesi, il sano contatto con una figura paterna sufficientemente positiva è determinante per l'evoluzione in senso positivo dell'Animus femminile: "Nelle vicende quotidiane il padre si fa carico delle proiezioni di Animus da parte della figlia femmina e ne favorisce il dissolvimento nell'adempiere al suo ruolo educativo e affettivo con la figlia".
Osserveremo ora come queste dinamiche si manifestano nella singolare vicenda che coinvolge tre generazioni di donne della stessa famiglia.
La mia paziente Michela aveva 15 anni e dall'età di 2 anni soffriva di una cefalea che in famiglia si definiva ereditaria perché anche la madre ne era affetta.
Ebbi il primo contatto con la madre, che mi aveva chiesto un colloquio, spiegando che voleva illustrarmi un problema della figlia per verificare l'opportunità di indirizzarla ad una terapia con me; la signora mi disse subito che si era separata dal marito, per sua decisione, quando la figlia aveva un anno ed aggiunse poi testualmente: "Michela non ne soffre: non l'ha mai visto, non è stata abituata ad avere un padre e quindi non può mancarle".
La stessa singolare razionalizzazione mi viene ripetuta da Michela, proprio con le stesse parole, nei primi momenti del nostro primo incontro: è un dettaglio che definisce subito in modo inequivocabile il clima della relazione madre/figlia.
Il padre di Michela in effetti dopo la separazione sparì praticamente dalla scena, escluso quasi completamente dalla vita della figlia; ebbe però un altro figlio che "accudisce in tutto come non ha mai fatto con Michela" (dice la ex moglie) quando Michela aveva 3 anni e mezzo; mentre ci rallegriamo per la nuova possibilità di vivere la paternità che quest'uomo ha potuto cogliere, non possiamo evitare di rammaricarci per la sua incapacità di contrastare il dominio assoluto che la madre ha stabilito su Michela ... anche la tempistica della nuova nascita è molto sfavorevole per la primogenita, alle prese con quella fase fallica che fa sentire tutte le bambine femmine penosamente "mancanti/castrate", e per giunta privata della presenza dell'oggetto libidico indispensabile al normale sbocco verso la problematica edipica.
Questo padre però non era mai riuscito neanche prima della separazione ad occupare veramente/significativamente lo spazio della casa né tanto meno lo spazio emotivo-affettivo della moglie: la signora descrive l'ex marito come "apatico e quasi impotente", dice che il suo matrimonio si è rivelato un fallimento da subito ma è andato avanti 4 anni per un misto di pigrizia ed inconsapevolezza, ma soprattutto dice esplicitamente che fin da ragazza voleva un figlio, non un compagno ... però si sposò perché le sue convinzioni morali non le permettevano di essere una madre senza marito.
Idealmente sola da sempre con la desideratissima figlia, la madre di Michela racconta di aver parlato sempre tanto con la bimba che, dice, la ascoltava fin da quando è nata ... fu proprio a sua figlia che chiese, quando aveva appena 9 mesi, il permesso di divorziare dal padre.
Poi continuò a parlarle presentandole ogni giorno una serie di azioni ed esperienze tra cui poteva scegliere per occupare il suo tempo, perché riteneva molto positivo essere sempre impegnati; cercò di prevenire ogni desiderio della figlia, di presentarle in anticipo la soluzione per ogni problema, di interpretare i suoi bisogni e le sue necessità, fece in modo che la bambina non avesse mai l'immagine di lei con un uomo: "da quando Michela ha compiuto 2 anni, non ho avuto più storie con uomini, perché a quel punto lei avrebbe capito".... e soprattutto si impegnò moltissimo perché Michela, sola a casa quando lei era al lavoro, non si mettesse "lì a pensare, che poi le fa male".
La signora in effetti ha sempre cercato di non pensare, ha parlato ed agito sempre in modo frenetico proprio per paura di pensare, di fermarsi a vedere ciò che aveva dentro ... alla luce di questo potremmo ragionevolmente ipotizzare che il marito apatico fosse semplicemente un uomo normale, reso quasi impotente da una donna fondamentalmente chiusa al maschile, o magari scelto proprio per quella poi denigrata debolezza che lo rendeva praticamente "innocuo" e facilmente dominabile.
Jung parla a questo proposito di "una particolare forma dell'Animus che tiene le donne lontane dai concreti rapporti umani, e in particolare da ogni contatto con gli uomini reali".
Sul piano cognitivo, inoltre, la signora si comporta proprio come il personaggio femminile di un sogno riferito da Jung e commentato dalla Procesi: "sfoggia una sequela inoppugnabile di razionalizzazioni e un ventaglio di negazioni, inanella giustificazioni a raffica e sfodera una batteria di alibi ineccepibili, pur di smentire strenuamente, di azzittire per sempre le voci che insinuano quell'altra verità".
Le verità non contattabili nascoste nelle profondità dell'animo della madre di Michela riguardano i pensieri, le emozioni e gli affetti inesprimibili generati dagli eventi dolorosi che precedettero la sua nascita: sua madre (quindi la nonna di Michela) perse durante il parto il suo figlio primogenito; non si riprese mai veramente dalla depressione che la avvolse dopo questa perdita, né nascose mai alla figlia che non sarebbe mai nata se non fosse morto il fratello (perché lei un solo figlio voleva); i nonni di Michela non si separarono mai, ma la nonna di fatto condannò all'isolamento il marito, considerandolo colpevole della morte del figlio perché non le aveva impedito di partorire in casa: questa condanna senza appello del maschile venne assunta come "sacra ed indiscutibile" (in senso junghiano) dalla figlia che trattò sempre suo padre come un fornitore di denaro (presentandolo così anche alla propria figlia), che deve solo "pagare" senza poter chiedere nulla in cambio ... e come abbiamo appena visto, praticamente non ebbe mai un uomo; di nuovo Jung ci propone una spiegazione: "L'Animus nel suo aspetto negativo può decidere di impedire ai figli di sposarsi" (così fece silenziosamente la nonna di Michela con la propria figlia, la madre di Michela).
Torniamo adesso a Michela, questa adolescente che la madre ha riempito di tutto tranne che di interiorità, che ha ricevuto istruzioni su tutto tranne su come si fa ad usare il pensiero, a dare il nome giusto alle cose, a cercare in se stessi la propria verità.
Michela odia la scuola (che infatti ha lasciato) perché la costringe ad interpretare/elaborare le cose, e lei non lo sa fare: "Se so una cosa –dice- non riesco a cavarci qualcosa di più: su un brano o una poesia non so metterci un pensiero in più, non vado al di là ... non chiedetemi una cosa più profonda"; quando arriva il mal di testa, sente che è tanto grande, "come se non c'entrasse nella mia testa, in uno spazio così limitato" e di fatto occupato da tutte cose che non le appartengono; non sa cosa ha dentro perché la madre non le ha mai permesso di guardarci, e così piange senza sapere perché e arrabbiandosi con se stessa proprio perché non lo sa.
Così ad un certo punto smette di parlare, non parla proprio più: "Mi fanno domande banali, perché dovrei rispondere?" ... come darle torto? in verità, di cosa si può parlare se le parole non possono essere pensate?
Ancora una volta troviamo nelle parole di Jung una lettura illuminante: "Talvolta il risultato di tendenze inconsce dell'Animus può essere costituito da una sorta di strana passività, da una paralisi di tutti i sentimenti, da una incertezza profonda che ingenera il senso della nullità. Nelle profondità della psiche femminile l'Animus sussurra: 'Non hai speranze. Perché darsi da fare? non c'è nessuna utilità nell'azione. La vita non sarà mai migliore'".
Il silenzio di Michela e lo spazio vuoto che evoca, spaventano moltissimo la madre, e la spingono a cercare una terapia: per la figlia prima, e per se stessa più avanti.
In terapia però Michela parlava perché, disse esplicitamente, "qui le cose sono interessanti perché sono mie personali" ... e così comincia il suo faticoso cammino di crescita.
È importante segnalare una circostanza alquanto singolare: in una delle nostre prime sedute, Michela mi portò un sogno all’apparenza piuttosto misterioso, ambientato in fondo al mare, con una struttura narrativa e dei personaggi che ricordavano il mondo delle fiabe.
Era chiaro che si parlava di un antico dramma familiare, ma solo in un successivo colloquio con la madre ho potuto capire che il sogno riguardava il conflitto di coppia dei nonni materni di Michela seguìto alla perdita del primogenito, con le ricadute sulla secondogenita: fino a quel momento infatti, nessuno mi aveva parlato di quella storia ... e la cosa, “sorprendente” solo per chi non considera le misteriose vie dell’inconscio, è che Michela conosceva ogni particolare ed ogni sfumatura di una vicenda di cui nessuno mai aveva parlato con Lei!